Il mio diario

In Letizia Borelli si ritrova una concezione dell'arte vicina al pensiero rinascimentale: l'idea che l'uomo possa costruire sé stesso attraverso il fare, intendendo la conoscenza come pratica capace di unire materia, pensiero e trasformazione. La formazione di Letizia Borelli affonda le radici in una Roma laboriosa e nascosta, lontana dalle rotte del turismo e dei consumi, dove il valore di un individuo si misurava nella sapienza della mano e nella tenuta etica del lavoro. È in questa dimensione di bottega che, fin dall'infanzia, respira l'odore della materia e la dignità del fare accanto al padre Aldo, maestro ebanista e restauratore. Attorno alla falegnameria paterna gravitava un mondo eterogeneo di artigiani, restauratori, artisti, architetti, ingegneri, costruttori e persone di diversa provenienza, che trovavano in quel luogo non soltanto uno spazio di lavoro, ma un ambiente di confronto umano e culturale. Tra il rumore degli strumenti, l'odore del legno e le conversazioni che accompagnavano il fare quotidiano, Letizia Borelli cresce ascoltando riflessioni sul mestiere, sull'arte, sulla società e sulla vita. In questo contesto, il valore di una persona emergeva dall'opera compiuta e la cultura non viveva come astrazione accademica, ma come pratica condivisa e scambio continuo tra esperienza e pensiero. È da questo ambiente che nasce il suo rapporto con la materia. La conoscenza dei materiali - legno, pittura, vetro, ceramica, pietra e metalli - non nasce per Letizia Borelli da un interesse puramente tecnico, ma dal bisogno di ampliare le proprie possibilità espressive. Ogni linguaggio risponde alla necessità di dare corpo a un pensiero che non accetta confini.

Il suo percorso si sviluppa attraverso questa stessa concretezza. Diplomatasi ceramista presso l'Istituto d'Arte Statale, a diciannove anni Letizia Borelli lascia la casa paterna e, mantenendosi agli studi accademici, inizia a costruire la sua prima Dimora-Atelier, partendo letteralmente dalle fondamenta. In quel cantiere in divenire, l'atto del costruire e creare procedevano insieme. La padronanza dei volumi, lo studio della luce e il rapporto con i materiali diventavano parte della stessa tensione che guidava la sua pittura. Tra mura ancora grezze e materiali di costruzione prendevano forma sia le commissioni per i primi clienti sia le sue opere personali: una testimonianza diretta del fatto che l'arte non nasce in un vuoto ideale, ma si nutre della solidità e della fatica del fare. Da questa esperienza matura una consapevolezza destinata a rimanere centrale nella sua ricerca: l'opera e lo spazio che la accoglie partecipano della stessa tensione espressiva. È questa esperienza maturata tra costruzione, materiali e pratica artistica che la porterà negli anni successivi a dirigere il restauro di ville e dimore storiche. In questi interventi, il rigore tecnico del restauro si accompagna a una particolare attenzione per la luce, i volumi e la relazione tra lo spazio e chi lo attraversa.

La sua tensione creativa non si arresta all'architettura. Il bisogno di ampliare continuamente le proprie possibilità espressive la conduce negli anni verso un intenso percorso di formazione attraverso diverse tecniche artigianali. Frequentando botteghe storiche e percorsi di alta formazione in numerose città italiane, attraversa discipline differenti, maturando una conoscenza diretta della materia e dei suoi linguaggi. Parallelamente viaggia anche all'estero, approfondendo nuovi approcci e tradizioni artistiche. Ogni tecnica rappresenta per lei un linguaggio ulteriore attraverso cui dare forma alla stessa necessità creativa. Questa conoscenza dei materiali non rimane per lei un patrimonio privato, ma diventa nel tempo anche pratica di trasmissione. Fin dagli anni dell'Accademia si dedica infatti all'insegnamento, conducendo laboratori teorico-pratici di pittura, scultura e manifattura artistica. Nella sua Dimora-Atelier e in diversi contesti formativi, l'insegnamento non riguarda soltanto l'apprendimento tecnico, ma il rapporto tra mano, materia e pensiero creativo, accompagnando gli allievi nello sviluppo di un linguaggio personale e di una relazione più consapevole con il fare artistico.

Parallelamente alla produzione artistica, l'interesse di Letizia Borelli per la filosofia, la psicologia, la percezione e il significato dell'esperienza estetica accompagna fin dagli inizi il suo operato. A partire dagli anni dell'Accademia di Belle Arti di Roma, dove si laurea in Pittura, il suo lavoro inizia a essere esposto in gallerie e contesti culturali di rilievo. In questo periodo l'originalità del suo linguaggio attira l'attenzione di Nato Frascà, figura centrale della Teoria della Percezione e della Psicologia della Forma, che le commissiona alcune opere e la invita a esporre presso lo storico teatro romano La Piramide di Memè Perlini. In quel contesto legato alla sperimentazione teatrale e artistica romana, le sue opere rimarranno esposte per diversi anni. Da qui prende avvio un'intensa attività espositiva che porterà il suo lavoro in sedi istituzionali e spazi culturali. Già nei primi anni Novanta, mentre frequenta ancora l'Accademia, realizza una mostra personale presso Palazzo Valentini a Roma, presentata dal critico ed esperto d'arte Prof. Mario Parracciani. Nel corso degli anni, la sua ricerca viene seguita e documentata da filosofi, critici, artisti e studiosi del panorama artistico e culturale italiano, tra cui Bruno Rosada, Vittorio Sgarbi e Carlotta Proietti..

Parallelamente, l'attività espositiva si estende anche all'estero, riflettendo un interesse sempre più ampio verso arte, filosofia, percezione e psicologia. Attraverso studi, viaggi e percorsi di formazione internazionali, Letizia Borelli approfondisce il rapporto tra esperienza artistica e vita interiore, trovando nella Psicologia uno dei punti di convergenza del proprio cammino. Questo percorso culmina nella laurea in Psicologia con una tesi dal titolo L'abitazione come psicosomatica dell'uomo, successivamente pubblicata in ambito universitario. Nato dall'esperienza diretta maturata tra arte, progettazione degli spazi e relazione con le persone, lo studio analizza il rapporto tra ambiente, percezione e benessere psicofisico, osservando come i luoghi possano influire profondamente sulla qualità emotiva e identitaria dell'esistenza umana.

Questa tensione verso l'osservazione e la comprensione attraversa ogni ambito del suo operato. Anche l'esperienza del volo entra negli anni a far parte del suo cammino conoscitivo. Attraverso lo studio e la pratica del volo sportivo, Letizia Borelli approfondisce discipline legate alla fisica, alla meteorologia, all'orientamento e alla percezione dello spazio, vivendo questa esperienza non come evasione, ma come ulteriore possibilità di conoscenza. L'osservazione dei fenomeni fisici legati al movimento, all'equilibrio e alla percezione dello spazio amplia così la sua riflessione sul rapporto tra esperienza concreta e trasformazione interiore.

  Negli anni, Letizia Borelli acquista un'ampia proprietà immersa nella natura della Sabina, trasformandola progressivamente in una Dimora-Atelier dedicata alla ricerca artistica, alla formazione e all'incontro tra differenti sensibilità culturali. In questo luogo prendono forma mostre, laboratori, incontri e progetti rivolti ad artisti, studenti, collezionisti e studiosi provenienti da contesti diversi. Qui la pratica artistica convive con il rapporto diretto con la terra, la coltivazione e l'osservazione dei processi naturali, in continuità con una sensibilità maturata fin dall'infanzia. Il progetto, orientato alla futura costituzione di una Fondazione, nasce dal desiderio di creare uno spazio in cui arte, natura e riflessione possano dialogare all'interno di una stessa visione. Attraverso attività formative, laboratori teorico-pratici e occasioni di confronto, la Dimora-Atelier continua oggi a svilupparsi come un luogo dedicato alla condivisione delle pratiche artistiche e al contatto diretto con la materia. Discipline differenti convivono così in una realtà che mantiene viva quella cultura della bottega e dell'apprendimento attraverso il fare che ha accompagnato fin dall'inizio il percorso di Letizia Borelli. La sua ricerca rimane un processo aperto, in continua evoluzione, guidato dalla volontà di approfondire il rapporto tra arte, conoscenza e dimensione umana.
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