In Letizia Borelli si ritrova una concezione dell'arte vicina al pensiero rinascimentale: l'idea che l'uomo possa costruire sé stesso attraverso il fare, intendendo la conoscenza come pratica capace di unire materia, pensiero e trasformazione. La formazione di Letizia Borelli affonda le radici in una Roma laboriosa e nascosta, lontana dalle rotte del turismo e dei consumi, dove il valore di un individuo si misurava nella sapienza della mano e nella tenuta etica del lavoro. È in questa dimensione di bottega che, fin dall'infanzia, respira l'odore della materia e la dignità del fare accanto al padre Aldo, maestro ebanista e restauratore. Attorno alla falegnameria paterna gravitava un mondo eterogeneo di artigiani, restauratori, artisti, architetti, ingegneri, costruttori e persone di diversa provenienza, che trovavano in quel luogo non soltanto uno spazio di lavoro, ma un ambiente di confronto umano e culturale. Tra il rumore degli strumenti, l'odore del legno e le conversazioni che accompagnavano il fare quotidiano, Letizia Borelli cresce ascoltando riflessioni sul mestiere, sull'arte, sulla società e sulla vita. In questo contesto, il valore di una persona emergeva dall'opera compiuta e la cultura non viveva come astrazione accademica, ma come pratica condivisa e scambio continuo tra esperienza e pensiero. È da questo ambiente che nasce il suo rapporto con la materia. La conoscenza dei materiali - legno, pittura, vetro, ceramica, pietra e metalli - non nasce per Letizia Borelli da un interesse puramente tecnico, ma dal bisogno di ampliare le proprie possibilità espressive. Ogni linguaggio risponde alla necessità di dare corpo a un pensiero che non accetta confini.
